meccanismi medicinali

un giorno remoto,
spero di far parte,
di quelle tue sequenze,
pellicole cinematografiche,
successione di fotogrammi,
fatti di comportamenti.

mi migliori le giornate,
le nostre mani corazzate,
fai lo stesso coi momenti,
rendi belli anche quelli lenti,
dimentico di quelli brutti
sulle tue spalle come frutti.

un giorno remoto,
spero seppur in parte,
di essere un ingranaggio
del tuo modo di pensare,
ragionare e di dire le cose
in un alfabeto segreto.

lenisci le ferite,
io il foro, tu la vite,
guarisci dai dolori,
dipendenza, i tuoi vapori,
tienimi stretto, qui,

sordo, sentivo nulla, ora sì.

dovevo nascere prima.

Vorrei ritornare a farti
ancora le serenate,
vederti sul balcone, e
ritornare a quei tempi
dove la semplicità
era la ricchezza,
dove ti venivo a prendere in vespa,
saltare la scuola
e andare al mare,
la sera, telefonarti
dalla cabina rossa con la scheda
e vergognosamente,
incappare in tuo padre
e chiedergli se fossi in casa,
imbucarmi alle feste a casa,
solo per vederti e parlarti.

c’è bisogno di valori puliti,
concreti, cartacei, materici,
che forse possono solo
in testa a me, e vabbè
di qualcun’altro,
situazioni irripetibili,
visioni in bianco e nero
di televisori enormi,
così come gli occhiali,
i telefoni cellulari,
le fantasie sulla carta da parati,
paraurti dei Maggioloni
e le macchine fotografiche.

dove, mi chiedo, dove?

Vorrei sapere dove vanno
le foto dei monumenti visti
da turisti poco interessati,
quelle in aereo, venute male,
quelle lasciate sul telefono,
in macchina, nei cassetti,
quelle con gli occhi rossi,
vorrei sapere dove vanno a finire
le domande che si fanno
a persone che non rispondono
per la fretta di un treno
che non si sa se ripasserà,
gli sguardi reciproci, dopo che
si ha già salutato quel qualcuno;
vorrei sapere dove vanno
le unghie, i capelli che poi
tagliamo e ricrescono per poi
ritagliare uguali, e quelle emozioni
di ritagliarli uguali, a meno che,
scelte di vita non cambino i piani;
dove vanno a finire le impronte
che lasciamo sui giocattoli
quando non siamo più bambini,
dove vanno le lacrime per
come finiscono le cose,
le stesse cose che
che poi diciamo a noi stessi
nello specchio appannato,
filtro impareggiabile
per non metterci la faccia.

statistiche.

In aereo,
avrò incrociato mia moglie
almeno un milione di volte.