scarabocchi

Un piccolo pezzetto di carta strappato da uno scontrino del bar e buttato per terra, in viaggio verso le fessure luride di un tombino, ai lati di una strada di periferia a senso unico, piena di auto ferme ad un incrocio col semaforo rosso, veniva portato insieme al pietrisco distaccato dall’asfalto, le foglie arancioni, piccoli ciottoli, gli aghi dei pini e mozziconi umidi, dalla pipì dei cani randagi mista alla pioggia di una grigia giornata di ottobre e sopra c’era scritto:

sulla faccia ho due sorrisi: il mio ed il mio quando sorridi anche tu.

meccanismi medicinali

un giorno remoto,
spero di far parte,
di quelle tue sequenze,
pellicole cinematografiche,
successione di fotogrammi,
fatti di comportamenti.

mi migliori le giornate,
le nostre mani corazzate,
fai lo stesso coi momenti,
rendi belli anche quelli lenti,
dimentico di quelli brutti
sulle tue spalle come frutti.

un giorno remoto,
spero seppur in parte,
di essere un ingranaggio
del tuo modo di pensare,
ragionare e di dire le cose
in un alfabeto segreto.

lenisci le ferite,
io il foro, tu la vite,
guarisci dai dolori,
dipendenza, i tuoi vapori,
tienimi stretto, qui,

sordo, sentivo nulla, ora sì.

se tu fossi qui.

Se dovessi stare ancora
ad ascoltarti per ore
seduto sulle sedie scomode
di quel bar lì.
Lo farei.

Una piscina di aperitivo
che non si svuotava mai.

Se dovessi ancora stare
ad ascoltare quello che
la tua testa riflette
come un proiettore
dai tuoi occhi e vedere
i film che produce,
lo farei.

Sarebbe da Oscar.

Se dovessi camminare
sotto la pioggia, ancora,
per vederti sorridere
e alzare gli occhi al cielo
per una mia battuta squallida.
si, lo stesso.

Siamo lontani,
qui piove; e si,
se potessi farti vedere
la natura che ho intorno,
ti piacerebbe di sicuro.