Milano col mare!?

A me piace l’aria che tira a Milano,
fatta di giovani, vecchi e filippini,
imprenditori dal dopobarba
impregnato nel collo della camicia,
con tanta percentuale di alcool
da sentirsi fuori dalle Mercedes
con cui sorvolano le strade e i viali,
persone normali che fanno la spesa,
una catena di sitter per ogni occasione,
dogsitters a cascate,
(ma quanti cani avete pro-capite?)
catsitter, italiani e esteri
badanti, che poi sono i nonn-sitter,
poi tutta la sfilza si shoppers
che fanno gli splendidi
coi soldi dei prima citati
profumatori e/o olfattivi anonimi
in Mercedes.

È una città attiva, nessuno sta fermo,
manco i mendicanti a terra,
nemmeno le acque dei laghi artificiali,
nemmeno le macchine a noleggio,
le bici a noleggio,
o i monopattini a noleggio,
o i pattini, o le scarpe, o le ombre
sempre a noleggio
che la tua manco vedi
per via del brutto tempo
che la ingrigisce come l’asfalto
dove si appoggia.

Mi piace perché quando sei del Sud
e vivi lì, poi torni giù,
la gente ti guarda diversamente,
sei quello che ce l’ha fatta,
sei speciale, anche tua mamma,
quando parla alle amiche
racconta dei bus e metro in orario,
quasi come un manifesto futurista,
riguardo auto velocissime,
ruote scintillanti,
telecamere dappertutto
autovelox ad ogni semaforo,
ricchezze date dalle industrie, quasi
nessun extracomunitario al semaforo,
(sembra più 1984 di Orwell)
strisce pedonali bianchissime
asfalto di ultima generazione
che quando piove la città si blocca
e si intasa comunque,
che a gennaio nevica!

È vero, sei quello lontano,
che è lontano dove vivi,
sei quello che è andato via,
quello che s’è fatto “un viaggio”
per tornare a casa, 5 ore di Freccia!
Per natale, pasqua o epifania, ma,
ma sei quello che vive bene,
vive bene in un’area
fatta di alveari umani,
palazzetti, palazzoni e palazzine,
muri di contenimento demografico,
facciate da far invidia ad Amburgo
e tutte le sorelle razionaliste tedesche,
facce nuvolose
da far invidia agli psichiatri,
a fine giornata ci si trova in casa,
si vedono dai cortili le luci calde
il vento fuori, le tende alle finestre,
macchina in garage, e si fa il miele.

Ma siamo davvero in Italia?
Il Sud, secondo me, è rimasto ancora,
e dico ancora, a quello che era,
perché non ha confini con nessuno
se non col Sud stesso.
Il mare non dà influenze di sorta,
non insegna attitudini da seguire
ed eseguire per una società retta e ligia,
il mare dà abitudini e tutta una sorta
di momenti legati strettamente
al meteo, alla naturale cadenza delle cose.
Eh si, le onde sono un tranquillante,
un colore che rimane sulla tonalità
cambiando di saturazione e di contrasto,
il Sud è una cromoterapia a 720°,
si perché 360 so pochi e come al solito,
è meglio abbondare, quam deficere.
Paradossalmente a Napoli,
riguardo la società ligia e vegeta,
quando ci sono vigili urbani agli incroci
si forma il traffico, altrimenti senza sarebbe
tutto liscio come uno slalom gigante,
nel vero e mero senso dell’espressione.
Non ci sono regole, lo dico sempre,
perché ognuno sa a sé stesso
e sa come gestire le cose (alle volte),
al Sud si dà tempo a tutto,
non ci sono scadenze,
tranne nei lavori importanti, ma pensandoci,
pensando alle metro, nemmeno lì ci sono,
si dà tempo al tempo,
un concatenarsi di donazioni di tempo,
un darsi e prendersi cose a vicenda,
facevo qualche post fa l’esempio
dell’entrata nella rotonda che non è legge,
bensi, è un favore che si dà,
non ci sono i minuti, il tempo è scandito
(i canditi fanno schifo, appunto, s-candito)
e quindi suona più piacevole perché
è diviso in mezze giornate e in mezze ore,
prova a dire ad un napoletano,
“ci vediamo alle 8.40”, ti dirà “vabbè alle 9 da te”.
In automatico.

Ad ogni modo.

Sto scrivendo tanto girandoci attorno,
ma se Milano avesse il mare,
cosa succederebbe?
e se Napoli avesse la mentalità
smart, new generation, hi-tech di MI
cosa accadrebbe?

Nulla, vaneggio, perché non può accadere,
non si può andare contro natura,
ma è bello notare cosa la natura,
porta ad essere.

Napolitudine, pt.2

Vi dirò, questa storia della Napolitudine è forte, c’è chi la chiama saudade in portoghese, chi la chiama in altri modi, ma il concetto è lo stesso: come l’acqua, il terreno, i sassi sono ancorati a terra, alla Terra come pianeta, per via della forza di gravità, la stessa cosa accade a chi viene da dove vengo io, come se ci fosse una gravità indipendente, come se ci fosse un magnete enorme, tipo quello che si vede nei cartoni di Tom&Jerry, che ti attira, una roba tipo il famoso filo rosso legato al mignolo che in un modo o nell’altro ti porta verso dove o a chi sei destinato.
È un istinto, e proprio di istinto voglio parlare, ritornando al libro, si parla delle canzoni, di improvvisazione in strada, Napoli è anche (e soprattutto) questo, improvvisazione e prendendo in considerazione il tema musica, posso dire che improvvisare, musica sono strettamente legate alla parola “arrangiamento”, come quelli al pianoforte, dove però, non ci sono tasti bianchi e neri, ma trovi solo le mani e la voglia di far suonare meglio la propria giornata, quindi si diventa jazzisti di situazioni, a lavoro, a casa, a scuola, in strada, in metro et cetera et cetera.

Ci si improvvisa di tutto – esempio reale capitato a me – prendi il bus, senza biglietto, arriva il controllore, ne improvvisi lo smarrimento! Tenedomi ancora sull’onda dei trasporti pubblici – altro esempio reale capitato a me – vai alla fermata del bus, ne passano 5, uno dopo l’altro in fila, con la scritta FUORI SERVIZIO, bene qui arriva il bello, che fai? aspetti il prossimo? No! Il napoletano è già pronto col bus abusivo, il prezzo è quello del biglietto, ma è più frequente del bus di linea – da comune mortale disoccupato, si è improvvisato Ente dei Trasporti Pubblici!

Il napoletano ha una capacità di problem solving impressionista, astrattista, pensa, inventa e dipinge situazioni e soluzioni.

In napoletano la felicità, come il lavoro, l’amore, le occasioni non si cercano, si creano!

[continua…]

in piazza.

Alla fine ho preso quel bus,
rischiando il linciaggio
da me stesso, ed ora
che sono qua con te
mi mancherebbe l’aria
a toglierla a te,
ti lascio le bombole,
goditi il fondale, e guarda
quello che di più profondo
ho nascosto, scopri
quello che di più profondo
ho celato; realizza per
quello che di più nascosto
e celato, quanta
luce nuova hai dato.

regginella

Tornato a Bergamo, da casa, la sento ancora nelle orecchie..
Te si’ fatta ‘na veste scullata,
nu cappiello cu ‘e nastre e cu ‘e rrose…
Stive ‘mmiezo a tre o quattro sciantose,
e parlave francese… è accussì?
Fuje l’autriere ca t’aggio ‘ncuntrata?
Fuje l’autriere, a Tuleto, gnorsì…
T’aggio vuluto bene a te…
Tu m’è vuluto bene a me!
Mo nun ‘nce amammo cchiù,
ma ‘e vvote tu
distrattamente pienze a me!
Reginè, quanno stive cu mmico
non magnave ca pane e cerase,
nuie campavamo ‘e vase! E che vase,
tu cantave e chiagnive pe’ me…
E ‘o cardillo cantava cu ttico:
Reginella ‘o vuo’ bene a ‘stu rre
T’aggio vuluto bene a te…
Tu m’è vuluto bene a me!
Mo nun ‘nce amammo cchiù,
ma ‘e vvote tu
distrattamente pienze a me! Oj cardillo, a chi aspiette stasera?
Nun ‘o vide? aggio aperta ‘a cajola,
Reginella è vulata, e tu vola!
Vola e canta, nun chiagnere ccà!
t’he’ ‘à truva’ ‘na patrona sincera
ca è cchiù degna ‘e sentirte ‘e cantà.
T’aggio vuluto bene a te…
Tu m’è vuluto bene a me!
Mo nun ‘nce amammo cchiù,
ma ‘e vvote tu
distrattamente pienze a me!

|Libero Bovio – 1917|