giardino liquido.

Vorrei un giardino liquido
per farmi scivolare tutto addosso,
sbloccare le valvole e rilasciare tutto,
cascare tutto a terra,
perdermi tra le setole
di un’erbetta sintetica,
olio di rugiada la mattina presto,
odore di plastica,
gomma morbida,
ruscelli di sorrisi
in un Eden personale,
un bosco diagonale,
una radura parallela
ad un mondo parallelo.

il quadro è mio

Giardino Liquido, 50×50, manopole dell’acqua (per intenderci) su acrilico e tempera su tela.

qui al Nord.

Poca luce, ora,
Bergamo non paga le bollette,
o per lo meno non in tempo,
ha poche ore di luce,
poche ma buone,
l’autunno è arrivato
qui al Nord, piove,
di passaggio qui
Milano ci accoglie
e ci lascia bene,
col sorriso aperto
e lo sguardo spento
di una Napoli per bene,
persino chi ci abita lo è,
un cielo ghiaccio,
a tinta con la barba,
le iridi e l’interno miocardico,
braccia di archi sui ponti,
che mi acceca gli occhi,
nuvole che si mescolano
col vento tutte assieme,
un’autostrada senza corsie,
un’enorme distesa innevata
un campo incerto intonacato
che si guarda dal basso,
picchia leggera,
un cronometro in terzine,
sulle finestre dei palazzi,
chissà quante nevi e piogge
avranno visto loro.
chissà quante.

dovevo nascere prima.

Vorrei ritornare a farti
ancora le serenate,
vederti sul balcone, e
ritornare a quei tempi
dove la semplicità
era la ricchezza,
dove ti venivo a prendere in vespa,
saltare la scuola
e andare al mare,
la sera, telefonarti
dalla cabina rossa con la scheda
e vergognosamente,
incappare in tuo padre
e chiedergli se fossi in casa,
imbucarmi alle feste a casa,
solo per vederti e parlarti.

c’è bisogno di valori puliti,
concreti, cartacei, materici,
che forse possono solo
in testa a me, e vabbè
di qualcun’altro,
situazioni irripetibili,
visioni in bianco e nero
di televisori enormi,
così come gli occhiali,
i telefoni cellulari,
le fantasie sulla carta da parati,
paraurti dei Maggioloni
e le macchine fotografiche.

dove, mi chiedo, dove?

Vorrei sapere dove vanno
le foto dei monumenti visti
da turisti poco interessati,
quelle in aereo, venute male,
quelle lasciate sul telefono,
in macchina, nei cassetti,
quelle con gli occhi rossi,
vorrei sapere dove vanno a finire
le domande che si fanno
a persone che non rispondono
per la fretta di un treno
che non si sa se ripasserà,
gli sguardi reciproci, dopo che
si ha già salutato quel qualcuno;
vorrei sapere dove vanno
le unghie, i capelli che poi
tagliamo e ricrescono per poi
ritagliare uguali, e quelle emozioni
di ritagliarli uguali, a meno che,
scelte di vita non cambino i piani;
dove vanno a finire le impronte
che lasciamo sui giocattoli
quando non siamo più bambini,
dove vanno le lacrime per
come finiscono le cose,
le stesse cose che
che poi diciamo a noi stessi
nello specchio appannato,
filtro impareggiabile
per non metterci la faccia.