dovevo nascere prima.

Vorrei ritornare a farti
ancora le serenate,
vederti sul balcone, e
ritornare a quei tempi
dove la semplicità
era la ricchezza,
dove ti venivo a prendere in vespa,
saltare la scuola
e andare al mare,
la sera, telefonarti
dalla cabina rossa con la scheda
e vergognosamente,
incappare in tuo padre
e chiedergli se fossi in casa,
imbucarmi alle feste a casa,
solo per vederti e parlarti.

c’è bisogno di valori puliti,
concreti, cartacei, materici,
che forse possono solo
in testa a me, e vabbè
di qualcun’altro,
situazioni irripetibili,
visioni in bianco e nero
di televisori enormi,
così come gli occhiali,
i telefoni cellulari,
le fantasie sulla carta da parati,
paraurti dei Maggioloni
e le macchine fotografiche.

dove, mi chiedo, dove?

Vorrei sapere dove vanno
le foto dei monumenti visti
da turisti poco interessati,
quelle in aereo, venute male,
quelle lasciate sul telefono,
in macchina, nei cassetti,
quelle con gli occhi rossi,
vorrei sapere dove vanno a finire
le domande che si fanno
a persone che non rispondono
per la fretta di un treno
che non si sa se ripasserà,
gli sguardi reciproci, dopo che
si ha già salutato quel qualcuno;
vorrei sapere dove vanno
le unghie, i capelli che poi
tagliamo e ricrescono per poi
ritagliare uguali, e quelle emozioni
di ritagliarli uguali, a meno che,
scelte di vita non cambino i piani;
dove vanno a finire le impronte
che lasciamo sui giocattoli
quando non siamo più bambini,
dove vanno le lacrime per
come finiscono le cose,
le stesse cose che
che poi diciamo a noi stessi
nello specchio appannato,
filtro impareggiabile
per non metterci la faccia.

mattino fondente.

Quando mi sento solo
mangio cioccolato fondente.

Perché è scuro,
come gli occhi di mamma,
di mio fratello ed i capelli
che papà non ha più.

è rincuorante,
perché non fa ingrassare,
ma è amaro, perché alla fine
è tutta una bugia.
Dolce, ma sempre una bugia.

Sono settimane,
dovrei riattaccare
le tendine, di nuovo,
ma faccio finta di niente.

È così bella.
La luce del mattino.

quando torni a casa

L’aria è calda anche d’inverno,
fa nulla che tu sia al sud o al nord,
è casa tua, è calda, come
una sciarpa abbraccia il collo,
la neve s’appoggia ai tetti,
come il camino illumina la stanza,
un sorriso dagli zigomi rossi.

Senti di appartenere a quei luoghi,
perché conosci a memoria le vie,
perché ricordi il colore delle piastrelle,
l’odore dei fiori o le siepi inutili,
il suono di quando calpesti l’asfalto.

È casa tua,
casa è ciò che ti fa sentire bene,
casa è chi ti fa stare meglio,
casa è dove scegli di vivere per sempre.

disegni.

Le scie degli aerei,
qui, disegnano
un reticolo, un tris,
col sole che va via
e la luna al campanello.

Inizia a far freddo,
le mani come rametti,
ormai secchi restano lì.

Le scie degli aerei,
ora e qui, disegnano,
un po’ come facevo io,
la luna al campanello,
qualcuno ha aperto,
arriva la sera e
fa ancora molto freddo.

e te dove sei?

|ma non è questa l’immagine giusta|

fa notte tardi qui, sarà il freddo.

Fa notte più tardi qui,
Hahn è un paesino cabrio,
col cielo aperto,
nel verde dei boschi,
col faro dell’aeroporto
di fronte casa
che mi lascia sveglio

Il sorriso di chi vive qui
lascia un po’ a desiderare.

Sarà il freddo.

quello che per me è importante.

Le incomprensioni sono così strane,
sarebbe meglio evitarle sempre,
per non rischiare di aver ragione,
ché la ragione non sempre serve.

Domani invece devo ripartire
mi aspetta un altro viaggio,
e sembrerà come senza fine
ma guarderò il paesaggio.

Sono lontano e mi torni in mente
t’immagino parlare con la gente.

Il mio pensiero vola verso te
per raggiungere le immagini
scolpite ormai nella coscienza
come indelebili emozioni
che non posso più scordare,
e il pensiero andrà a cercare,
tutte le volte che ti sentirò distante,
tutte le volte che ti vorrei parlare,
per dirti ancora che
sei solo tu la cosa,
che per me è importante
che per me è importante

Mi piace raccontarti sempre
quello che mi succede,
le mie parole diventano nelle tue mani
forme nuove colorate,
note profonde mai ascoltate
di una musica sempre più dolce
o il suono di una sirena
perduta e lontana.

Mi sembrerà di viaggiare io e te
con la stessa valigia in due
dividendo tutto sempre.
Normalmente.

|Tiromancino|

vorrei assomigliarti.

Sembrare quello che sembri
a me.

Così come sui vetri dei bus,
mi rigiro nel letto,
così come davanti lo specchio,
ancora ti aspetto,
come quando ti cerco,
negli incroci che le rughe
disegnano sulla mia faccia,
e poi trovo una qualche
coincidenza con le tue.

Così come le strade parallele,
uguali, stessa forma,
medesima direzione,
sebbene non si incontreranno mai.

A volte vorrei assomigliarti,
ed innamorarmi di me,
pensare di essere come te.

Sembrare quello che sembri,
solo a me.

come un tarlo.

Cerco tra le virgole,
leggendo tra le righe e
gli album di foto che
mi hai donato, i ricordi
che abbiamo sepolto.

Eppure ti cerco ancora.
Assaggiando ogni intercalare,
tra le vie tutti ti somigliano.
Faccio amicizia con una mosca,
compagnia fedele oggi, mentre
lo strusciare della matita
risuona nella stanza.
E cerco ancora senza pensarci.

Se avessi saputo che eri lì,
non sarei mai andato a
sbattere nei vicoli più bui.
Se avessi saputo che eri dentro me
non mi sarei mai perso in viandanti
per poi ricordarne solo l’olezzo.

Vorrei tu fossi la mia famiglia,
il mio rapporto extraconiugale,
una bugia detta sottovoce
che rivela una verità dogmatica.
Noi, voci al telefono,
conduttori della stessa onda,
capelli arruffati dal sesso.

Vedo due volte la stessa ora,
mi sembra tutto superfluo.
Ti accarezzo da una foto,
un accennato profilo al carboncino.
Sei la mia attesa quotidiana e
l’involucro dei miei pensieri
ti raccolgono e mi raccontano
che ti cerco ancora.

 

|foto scattata da me|