pioli come pinoli.

Gradini fragili,
uno sopra l’altro,
un domino in bilico
altalenante tra quelle curve,
parentesi ai lati suoi,
nuvole, ossigeno condensato
sui fianchi di un sorriso,
fatto e disfatto
di scalini aridi, fatti di grani,
spaccati dal vento,
per arrivarti al naso,
s’inarca una fontana,
poi, di sopracciglia
e mi bagno dell’inchiostro
che ti spreco di nascosto.

lui o lei, che ci muove.

È notte fonda,
talmente fonda
che è quasi mattina.

Li vedo dormire,
l’una accanto all’altro,
non c’è nulla
di sbagliato,
dormono,
l’una accanto all’altro,
una simbiosi immane,
come se i due
fossero coordinati
anche nei movimenti
notturni involontari,
come se sincronizzati
dessero spazio
l’una accanto all’altro
senza forzature,
senza strappi.

È notte fonda,
talmente fonda
che faccio colazione.
Ho slittato l’inizio
di quest’oggi ad ora.

E li vedo dormire,
e ci penso,
e penso a cosa,
chi o come
si possa tenere
sincronizzati
due orologi,
in maniera così precisa.

la sera, dove vivo.

Luci dei lampioni,
prima arancio,
ora mi accompagnano
con un’atmosfera
a risparmio energetico.

Qualche pipistrello
di chioma in chioma,
ed il silenzio,
la pizzeria chiusa.

Passa a salutarmi
qualche anabbagliante
di fretta.

È umido, fa caldissimo.

La sera dove vivo,
il cielo promette
bel tempo per domani,
chiude gli occhi,
è stanco, ma sereno.

Mi sorridi da lontano,
o comunque spero tu lo faccia
presto, rivedendomi.

Per me è soleggiato
anche solo così.

in punta di piedi.

Una strada buia mi accompagna,
dei catarifrangenti profilano
i suoi fianchi e mi guidano.
Stasera, gli anabbaglianti
non dando il loro meglio.

Avrei voluto abbracciarti
fino a sentirti respirare,
sul mio collo, per sentire,
fino a sentire, il tuo.

Siamo come siamo,
e vorrei lo fossimo assieme,
improbabile ed innaturale,
a me piace pensarci,
ma subito torno sulla terra.

Vorrei guardarti negli occhi
fisso e vedere le tue reazioni,
quello che pensi, di solito,
lo si legge da lì dentro.

Vorrei vedere ancora
le tue impronte in giro.

in piazza.

Alla fine ho preso quel bus,
rischiando il linciaggio
da me stesso, ed ora
che sono qua con te
mi mancherebbe l’aria
a toglierla a te,
ti lascio le bombole,
goditi il fondale, e guarda
quello che di più profondo
ho nascosto, scopri
quello che di più profondo
ho celato; realizza per
quello che di più nascosto
e celato, quanta
luce nuova hai dato.

anatomie.

Labirinti di arterie,
viaggiano veloci
flussi endovenosi,
venticello ossigenante,
un’aria fresca, tanto,
intricato che mi perdo,
coperto da un manto,
io volontario lì mi perdo,
cancello le impronte
per tornare indietro,
cancello chi c’è stato,
di chi c’è stato prima,
chi ha calpestato
per prima la via.

Intricato intorno al collo
piovra che s’attacca,
un labirinto senza muri,
dov’è quasi ovvio
chiamarlo casa,
dov’è bello restare,
dov’è naturale perdersi,
dov’è quasi scontato
sentirsi accolti.

le tue braccia.