sensazioni di oggi.

torpore del sonno, appena sveglio,
calore della copertina il pomeriggio,
dovrei essere giovane, all’anagrafe,
e mi sento ancora un bambino,
non ne ho voglia,
ancora sento gli odori,
le scene, i nonni, cugini,
un’onda calda mi bagna tutto
da dietro, senza che me ne accorga
sono sommerso, ricordi,
amici piccoli, bassi quanto me,
la potenza sessuale di un colibrì
ed una spensieratezza idrocefalica,
sento che non voglio alzarmi,
non voglio svegliarmi,
non sento di poterlo fare,
sto de-crescendo e mi passano
da un abbraccio all’altro,
dalle braccia ad altre braccia,
non so come si chiami,
non so come si spieghi,
vorrei solo che finisse e ricominciasse
senza mai più terminare.

quadro “Infanzia” fatto da me, per vederlo meglio vai su Instagram: vincenzo_petrone_art e fammi sapere che ne pensi!

a lettere minuscole, mai spedite.

non scrivo da tanto,
sarà che ho poco da dire,
o non ci riesco abbastanza,
la pittura lo rende più facile,
guardare è più semplice
che ascoltare,
come soffrire è meno impegnativo
che sforzarsi per essere felici.

la memoria ripercorre,
i ricordi si abboffano,
il tavolo di un passato imbandito,
quando pulito un piatto
né arriva un altro
ed un altro ancora,
un cenone mondiale,
rimane tutto lì, sul tavolo,
nulla o quasi nulla di invariato,

quasi nulla di avariato
qualche tovagliolo sporco
tutt’al più.

non c’è vino, sono astemio,
si scrive per digerire
un amaro dopo ogni pasto,
ma non lo bevo io,
io scrivo per dimenticare
di ricordare,
risultato, l’esatto opposto.

ci sono cose ferme,
forse più delle fondamenta,
più di quelle del Colosseo,
più delle pietre di Stonehenge,
ci sono cose ferme
che sono puntate lì,
a terra, bloccate,
eredità del futuro,
un noi posteri allo specchio,
una ferita in una tela
che lascia entrare la luce,
incerta, fioca, piccola,
ma almeno mi fa leggere ancora col buio.

quadro “Consapevolezza” fatto da me, per vederlo meglio vai su Instagram: vincenzo_petrone_art e fammi sapere che ne pensi!

confusioni di gennaio.

Confondo le apparenze,
le immagini vengono sempre prima
delle parole che non vengono dette.

Confondo le apparenze,
scambiando fischi per fiaschi,
boschi per baschi
e cose non mie per casa mia.

Mi confondo da solo,
in un bicchiere d’acqua,
navigo, che Ulisse scanzati,
Itaca, terra promessa, forse
è la Elena di qualcun’altro.

Affogo in me, ma reagisco,
falle un po’ dappertutto,
ma si, reagisco,
sono un enfant terrible,
ingenuo, basso q.b.,
stupido e stupito dall’intorno,
imparo a nuotare, di nuovo,
con i braccioli.

anno nuovo.

Cambiato poco, per ora
continuo a tirare somme,
dal mio ventre che sfora,
ai piedi che hanno lasciato le orme.

È cambiato quasi nulla da ieri,
è cambiato proprio niente se vedi,
capodanno sarà l’inizio, si,
ma forse di qualcosa che già finì.

È cambiato nulla e va bene per come è andato,
la doppia negazione che ridonda,
il 2019 è stato un bell’anno tutto sommato,
ero partito per volare lontano,
vissuto da solo poi con mio fratello,
piano piano tu mi hai stretto la mano,
tutto fantastico e fin troppo bello,
ho dato esami e già questo è tanto,
inverno freddo poi caldo da schianto,
per pura follia ho deciso di tornare,
l’amore porta a fare pazzie,
non è di donne che sto qui a parlare,
ma è quello per la parte genitoriale,
soddisfazioni e delusioni,
fanno parte del gioco,
ho cercato di fare solo sorrisoni,
e di star triste quel poco,
questo serve ogni tanto per capire
che la felicità è una materia sottile,
falsificarla, svenderla, fingerla
è solo sopravvivenza, che purtroppo
ti diventa ostile.

buon anno nuovo a chi mi legge,
buon anno nuovo a chi leggo,
del passato avremo sempre le schegge,
ma nel nuovo è meglio che m’immergo.

dicembre.

Dicembre, l’amore del natale,
l’essere buoni, un mantra quotidiano,
alberi addobbati a festa,
lucide e matte le decorazioni,
meno lucidi, ma matti gli acquisti,
generazioni di trenini e piste
andate al macero, strati su
strati di ruggine sul passato.

Freddo bipolare dal cielo,
Napoli è così,
la tristezza della pioggia
e del non aver raggiunto l’asfalto,
un deodorante naturale
per questo tipo di stagioni,
l’essersi fermata sui tetti,
sulle ringhiere fredde dei balconi,
invece che sul caldo letto,
catrame riscaldato a pneumatici.

Sfumature arancio presagiscono,
il tramonto arriva prima,
arriva troppo presto per i miei gusti,
io che vado a luce solare,
io che mi accendo se ti vedo passare,
tu, quel qualunque,
sfumature arancio, riprendo il filo,
sbuffano le nuvole
che ti fanno da frangetta,
il vento le porta via,
ma tanto poi
ti tornano sugli occhi.

giardino liquido.

Vorrei un giardino liquido
per farmi scivolare tutto addosso,
sbloccare le valvole e rilasciare tutto,
cascare tutto a terra,
perdermi tra le setole
di un’erbetta sintetica,
olio di rugiada la mattina presto,
odore di plastica,
gomma morbida,
ruscelli di sorrisi
in un Eden personale,
un bosco diagonale,
una radura parallela
ad un mondo parallelo.

il quadro è mio

Giardino Liquido, 50×50, manopole dell’acqua (per intenderci) su acrilico e tempera su tela.

pensarci due volte, almeno, prima e dopo i pasti.

L’arte astratta,
così come i film muti,
i proverbi antichi
detti in dialetto stretto,
così come le immagini
di denuncia sociale,
come i monologhi
fatti sul palco
di qualche teatro alternativo,
così come il rock
quando Elvis era giovane,
così come i libri.

Hanno bisogno di
essere assaporati due volte,
ma almeno due,
altrimenti rimarrebbero
pittura lanciata a caso,
mimi in bianco e nero,
sorrisi da cose incomprese,
cortei per saltare
il compito di latino,
espressioni facciali
di titubanza mista a sorpresa,
carta A5 passatempo in treno.

Si dovrebbero leggere più libri,
più storie, più favole,
racconti, fiabe,
attualizzarli e tenerli originali,
in lingua madre e tradotti,
a senso compiuto,
illustrati e/o cortometrati.

Vorrei che i miei genitori leggessero,
ma giusto per capire cosa c’ho in testa
e quali siano le radici delle mie radici,
il tronco che mi sostiene,
i rami che sfociano a delta
sui frutti delle mie esperienze.

Vorrei che tutti dipingessero,
iniziassero a mimare la vita,
prendersi meno sul serio,
provare ad immaginarsi
mentre si fa qualcosa,
uscire dal vostro punto di vista
e prendere quello del frigo,
del vostro bicchiere
o della telecamera
a qualche centimetro
da quello che leggete ora,
(divertente eh?) – ma giusto per
capire cosa si ha in testa.

Non è colpa di Freud,
è colpa nostra,
ad effetto domino.

n.1

prova numero 1 di scrittura sotto l’effetto leggero di alcohol, non bevo, quindi un minimo e si parte.

descrizione.
leggerezza, sonnolenza, ho dipinto la cameriera del bar, andrò a dormire prestissimo, la memoria riesce ad arrivare ai ricordi molto prima, le idee si formano tranquillamente senza ostacoli, l’istinto di sopravvivenza si è arreso, il cervello combatte fra quello che è stato imparato negli anni e quello che in realtà pensa lui, insomma io, sono rallentato e rido, ma dentro vado più spedito del solito.

mi fermo, potrei fare guai.

sei l’anima.

Hai l’anima che vorrei avere,
hai il sole che vorrei sentire,
probabilmente hai lo stesso
identifico fulcro della leva
che serve a sollevare il mondo,
non lo so bene,
hai l’essere di essere essere,
chi pretende di apparire
non è uguale a te, se solo
riuscisse a sommarsi, da lontano,
magari potrebbe assomigliarti.

Hai il blu negli occhi,
hai il mare profondo,
il freddo sotterraneo
misto al tuo sorriso
di palme in spiaggia,
sento il deserto intorno
quando lo vedo poi.

Vaneggio nel mio platonico,
vago per stradine solitarie,
il futuro è incompatibile,
perché asseconda solo
alcuni sensi di marcia.

e niente però, la guardavo
e mi innamoravo.

https://youtu.be/EDo0Tf4wV2w

[ foto degli ultimi acquisti ]

scotta.

Scotta la febbre
sulla fronte, forte
delirante chi c’è l’ha,
scotta la mano
sui carboni accesi,
resta il segno, ma per poco,
per l’appunto,
un marchio a fuoco,
resta il segno per intero,
per il momento però,
scotta la pentola a pressione,
la padella, il bollitore,
scotta il sole ad agosto,
scotta l’ansia
in un posto angusto,
scotta, per il momento però,
scotta ogni rinuncia
ad ogni “si, lo farò”,
basta acqua fredda,
o ghiaccio secco,
Foille e zero fretta,
tutto va via,
ma le cicatrici vere,
quelle segnate nelle vene,
quelle che ti fanno male e bene,
che nessuno si trattiene,
che nessuno si mantiene,
quelle crescono da dentro,
che spuntano dalla pelle
che volano falene,
che entrano dai balconi
ed escono dai finestroni,
non fanno rima con cotta,
ma con dolore, calore, ardore,
facciamolo a tutte le ore,
furore, candore, pudore,
tepore, odore e pittore.

Ora, fate un po’ voi, pure.

il quadro si chiama “riman riman?”, in napoletano significa “resti domani?” – come una promessa d’esserci comunque, domani e negli attimi subito dopo.

➡️https://instagram.com/vins_petrone?igshid=x48lw2xgkya7

➡️https://instagram.com/vincenzo_petrone_art?igshid=1ohdvqcu0xyuv