pensarci due volte, almeno, prima e dopo i pasti.

L’arte astratta,
così come i film muti,
i proverbi antichi
detti in dialetto stretto,
così come le immagini
di denuncia sociale,
come i monologhi
fatti sul palco
di qualche teatro alternativo,
così come il rock
quando Elvis era giovane,
così come i libri.

Hanno bisogno di
essere assaporati due volte,
ma almeno due,
altrimenti rimarrebbero
pittura lanciata a caso,
mimi in bianco e nero,
sorrisi da cose incomprese,
cortei per saltare
il compito di latino,
espressioni facciali
di titubanza mista a sorpresa,
carta A5 passatempo in treno.

Si dovrebbero leggere più libri,
più storie, più favole,
racconti, fiabe,
attualizzarli e tenerli originali,
in lingua madre e tradotti,
a senso compiuto,
illustrati e/o cortometrati.

Vorrei che i miei genitori leggessero,
ma giusto per capire cosa c’ho in testa
e quali siano le radici delle mie radici,
il tronco che mi sostiene,
i rami che sfociano a delta
sui frutti delle mie esperienze.

Vorrei che tutti dipingessero,
iniziassero a mimare la vita,
prendersi meno sul serio,
provare ad immaginarsi
mentre si fa qualcosa,
uscire dal vostro punto di vista
e prendere quello del frigo,
del vostro bicchiere
o della telecamera
a qualche centimetro
da quello che leggete ora,
(divertente eh?) – ma giusto per
capire cosa si ha in testa.

Non è colpa di Freud,
è colpa nostra,
ad effetto domino.

te veco pè tutte parte.

te veco pe’ tutte parte,
pè miezzo a via,
pè dinto a casa,
pè sotto e’ cuperte,
pè dinto a’ confusione da capa mia,
pè dinto o’ casino dà casa mia.

te veco pè tutte parte,
ngoppa o’ balcone
affacciata a me guardà,
miezzo a gente
che cammina allère,
mentre jè chiagne pè quanto si bella.

te veco pè tutte parte,
pè dinto a’pittura c’auso
pè spurcà sti quatte tele,
dinto a’musica che m’arricorda e te,
dinto o’fuoco da cucina,
nfaccia o’calendario, ca faccia toja
o’ juorno, quann arriva o’tiempo
e turnà addu te.

te veco pè tutte parte,
e subito m’annammoro,
te veco pè tutte parte
e me sento buono,
te veco pè tutte parte
e manco te ne si accorta,
e forse nemmanco jè.

te veco pè tutte parte,
te veco e so felice.

Napolitudine, Pt.1

Inizia così:
entro in libreria per caso, perché mi piace vedere se ci sono novità e nel caso acquistare, vedo questo libro in vetrina – Napolitudine – mio fratello me ne parlò qualche settimana fa e mi disse che, però, costava un botto, qui lo trovo a metà prezzo, lo cerco, dappertutto, non lo trovo.
Chiedo alla commessa, me lo trova, un po’ come una mamma trova le camicie, i calzini, le mutande, sotto il nostro naso.
Metà prezzo, lo compro, durante la transazione un altro commesso mi fa “ha la nostra carta?” – io mi guardo intorno perché non ricordavo in quale libreria fossi, se io avessi la loro carta fedeltà e evitando in calcio d’angolo la brutta figura faccio “No” col capo – vedendomi in un attimo di confusione per via della perdita di orientamento-libreria, il commesso chissà che capisce e mi fa “it’s seventeen euros” a quel punto gli dico “me lo puoi dire anche in italiano”, lui “vedendoti perso, pensavo fossi straniero”, interviene la commessa prima citata dicendo queste testuali parole, che mi hanno fatto pensare a tante cose nello stesso momento – macché straniero, è mio conterraneo.
Al ché chiedo di quale città campana provenga – sono Pugliese.

Da qui inizia la storia, non sono solito scrivere in prosa, chiamiamola così, ma ci provo, preavviso che non è una recensione, vi consiglio si leggere il libro a priori perché è scritto a 2 voci (non quattro mani) da Luciano de Crescenzo e Alessandro Siani e racconta tante cose, ma veramente tante tante.

La cassiera si era sentita in quel momento a casa, perché c’era qualcuno che parlava quasi come lei, quasi, o che comunque la potesse comprendere anche in dialetto, che proveniva dalla stessa area di stivale – quella del piede e non della caviglia o il ginocchio – c’era qualcuno che poteva empaticamente comprenderla, questo vuol essere del sud.

Empatia, è una parola che viene citata nel libro – e non a sproposito – e penso sia un punto chiave per il popolo partenopeo, da questo modus operandi che scaturisce tutto l’essere napoletano, un esempio pratico – questa l’ho sperimentata io – a Napoli non c’è legge o normativa sulla guida in strada perché tutto va a sentimento, tutto va come va l’onda, la mood in quel momento, per esempio, le rotonde non seguono la legge di “chi la occupa ha precendenza”, perché quel qualcuno potrebbe avere empatia, avere pietà e mettersi nei panni di di chi sta allo stop, sentirsi come lui, dunque il l’occupante delle rotonda che fa? Si ferma! In rotonda e dà la precedenza a chi è allo stop, e perché!? Perché è un romantico, non fa una cosa perché è per legge o regola, è perché fa un piacere a qualcun’altro – a Napoli, non c’è legge o regola, c’è buona (e cattiva purtroppo) educazione ed empatia.

Ritornando al libro, viene citata la Tolleranza, ma, c’è un ma, effettivamente essere Tollerante vuol dire sopportare bene o male quello che qualcun’altro fa e dice o crede. Oramai posso dire che la linea di differenza tra nord e sud, dal punto di vista della tolleranza e sopportazione si è assottigliata, ma non per altro, ma perché noi abbiamo invaso il nord!
Un po’ come quando dicono La lingua più parlata nel mondo è il Cinese – grazie, su 8 miliardi circa, 2 miliardi sono mandarini!

– ancora leggo, se mi viene qualche altro evento divertente lo racconto qui.

casa dei mulini a vento.

Combatto mulini a vento,
spaventapasseri assassini,
macchine da guerra
che in silenzio arano campi
colti e precisi,
ammazzano le geometrie
a picconate irregolari.

Combatto contro uomini
di latta, dal cranio vacante,
leoni di facciata, ma poi
nulla nel retrostante.

Tutti protagonisti,
tutti in questa favola,
tutte comparse
nella realtà dei fatti,
tutti si somigliano,
fotocopie sgranate
di un solo copione.

Nessuno si sente,
nessuno ti ascolta.

mi faccio troppi problemi.

Invidio chi dorme nel bus,
chi studia nel parco,
chi legge con i rumori,
chi riposa al sole
e non pensa ad altro
che alle vacanze al mare,
agli aperitivi, alle frivolezze,
invidio a chi non importa,
vabbè fa nulla,
lasciamo stare,
poi si vede,
pensiamoci domani,
meglio tardi che mai,
invidio chi non stira
e porta in giro
la sua faccia tosta,
invidio il pressappochismo,
l’ignoranza, quella che non risana,
quella che da lacuna
diventa laguna,
da duna si trasformano in mura,
invidio quella libertà,
da foto dall’obló in aereo,
fatte e cancellate dalla memoria,
dall’andare a ballare fino a tardi,
dal bere fino all’autodistruzione,
altrimenti sembra brutto,
altrimenti non c’è gusto,
invidio la chiesa,
portatrice malsana
di ideali corretti a penna rossa
da qualcuno incompetente,
su di un compito in classe
fatto da un gruppo di persone
che non hanno studiato mai prima,
invidio quella vuotezza,
dell’essere banali,
quello sbagliare i congiuntivi,
quel silenzio imbarazzante
da vuoto abissale,
invidio talmente tanto quella libertà,
che cerco di emulare
razionalizzando le cose, e sbaglio
mi sa, dal modus operandi:
le due cose non combaciano.

fa nulla.
me ne farò una ragione.
ecco.

ma perché poi?

mira.

Nasciamo soli,
moriamo uguali,
un po’ più vecchi,
ma con lo stesso corredo,
con lo stesso animo,
quello di chi
non ha nulla da perdere,
non ancora o non più.

Perché sentirsi dipendenti?
perché sentirsi responsabili?
perché costruirsi intorno
mura, galere e gabbie,
responsabilità irrequiete,
loro, irresponsabili di noi,
inette che respirano,
manette che soffocano.

Non farlo, non ne vale la pena.

Punta al benessere,
mira a te e spara
con quanta più allegria, sorpresa
e vita possa riempire il caricatore.

memorie.

I ricordi sono solo dei posti dove tutto è come l’abbiamo lasciato, ci fanno sentire un po’ come il creatore, le tue sensazioni si ripercuotono sull’ambiente, sul cielo e sul modo in cui lo vedi, sul mare, sulle montagne, e l’odore degli alberi la sera.

Lo hai creato tu e rimarrà così.

Se sei piccolo, lo sarai per sempre lì.

ricordate sempre.