anatomie.

Labirinti di arterie,
viaggiano veloci
flussi endovenosi,
venticello ossigenante,
un’aria fresca, tanto,
intricato che mi perdo,
coperto da un manto,
io volontario lì mi perdo,
cancello le impronte
per tornare indietro,
cancello chi c’è stato,
di chi c’è stato prima,
chi ha calpestato
per prima la via.

Intricato intorno al collo
piovra che s’attacca,
un labirinto senza muri,
dov’è quasi ovvio
chiamarlo casa,
dov’è bello restare,
dov’è naturale perdersi,
dov’è quasi scontato
sentirsi accolti.

le tue braccia.

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sapore.

Devi essere come
sono le cose belle,
tipo, quando c’è il sole,
e corri sulla sabbia.

Devi sapere come
sanno le cose buone,
quelle a pranzo,
la domenica,
quando mamma
e nonna cucinano.

Devi proprio essere
come i tessuti,
come i colori,
come le taglie,
che sicuro mi stanno.

Ti penso, immagino,
ti scarabocchio,
schizzi che nessuno,
ancora, può vedere,
e che tu nemmeno
immagini, per niente:
non c’è nemmeno il rischio
di dover nascondere i fogli.

Mi riavvii il cervello la mattina,
accendi le idee,
lampadine al tungsteno
su basi di legno
che vanno a caffellatte.

A più colonne, forse
dovrei scrivere
per far entrare tutto,
tutto quello che penso.

Devi proprio sapere
come le cose semplici,
il pane caldo,
l’odore del ragù,
le passeggiate in bici,
quelle sul lungomare,
il gelato che ti sporca
la punta del naso, quella
collina, tra tutte le zone
di periferia che ancora
devo e vorrei visitare;
il sonno di qualcuno,
il sole che ci sveglierà,
il sudore sulla fronte,
e se ne trovi di più,
io sono qui.

Tu pure.

Ti sento, ti ascolto e penso che
devi essere fatta proprio
come sono fatte le cose belle.

please, smile again.

Cielo bianco acceso,
scuro nelle piegature,
nuvole in tinta unita,
sembra un gelataio,
il freddo che fa.

Lo stesso che penso
di creare a limite esterno
della pelle contro l’aria,
l’acqua, i fluidi circostanti.

Lo stesso che si scioglie,
che gocciola a terra
e mi fa da ombra,
quando leggi quel che penso,
quando rubi quel che dico,
prima ancora che
mi venga in mente,
quando sento risuonare
poi nei tuoi zigomi,
nei seni paranasali,
e nelle orecchie,
i tuoi sorrisi.

asfalto bagnato.

Giornate grigie qui a Berghem,
è autunno, di nuovo,
scatto una foto poco nitida
tutta colpa delle gocce,
le strade e l’asfalto bagnato,
gli alberi e le foglie ai nostri piedi
gli ombrelli ingombranti,
le giacche zuppe nel bus,
le corse sotto i portici,
bar a luci calde,
cielo grigio sfumato, ma
tetti rossi colorano tutto.

ci riesci?

riesci a sentire il silenzio?
quanto lontano riesci a vedere?
quanti problemi riesci a risolvere?
quanto tempo passa tra tuo un respiro e l’altro?
ancora per quanto mi ascolti?

riesci a scrivere il tuo nome al contrario?
riesci ad immaginare?
riesci a vedere oltre?
quanto dentro riesci a guardare?
ancora per quanto mi ascolterai?

riesci a darti una forma?
riesci a dedicarti uno spazio sulla Terra?
riesci a guardarti fra qualche anno?
riesci a parlare in una folla?
riesci a sentire il tuo battito cardiaco?
riesci a sentirmi?

attesa.

L’attesa – è un momento tragico, sappiamo cosa c’è stato in passato, fino al presente, ma poi? guardiamo alla finestra aspettando il corriere Amazon, guardiamo sui libri aspettando gli esami, guardiamo negli occhi di qualcuno aspettando che dica quel che vogliamo sentirci dire, il contrario, o la verità e basta, la striscia bianca è un profilo, la geometria è una finestra, bianca per la luce esterna, profilo guarda la finestra, aspetta, pensa, le gocce sono i milioni di insiemi di idee messi insieme che passano come uno stream of consciousness da una corsia all’altra senza mettere la freccia o un preciso nesso logico, il blu è l’agitazione dell’ignoto.

mesto.

Esprimere la tristezza non è poi così facile, ci ho provato a parole e a pennelli:

vortice di eventi che ti abbassano la serotonina e ti fanno sembrare tutto come se avessi gli occhiali da sole di notte.