tu sei tu.

Se cambiassi strada
per un’altra nuova
sicuro mi perderei,
se scegliessi un’altra via
per vezzo o altro,
certo che stupido.

Quanto banalizzarti
porto sicuro,
acque calme,
zona franca, che ridere,
oasi nel deserto, no.

Tu sei tu,
fuori da quel che sono,
tu sei tu,
lontano dalle mie mani,
tu sei tu,
fuori e dentro i vestiti,
sopra i tuoi libri,
tu sei tu,
fatta con i tuoi colori,
coperta dai tuoi tessuti,
tu sei tu, oggi, ieri,
la settimana prossima,
anche quando dormi
quando non ridi
o ti piove il viso.

tu sei tu, per fortuna.

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la sera, dove vivo.

Luci dei lampioni,
prima arancio,
ora mi accompagnano
con un’atmosfera
a risparmio energetico.

Qualche pipistrello
di chioma in chioma,
ed il silenzio,
la pizzeria chiusa.

Passa a salutarmi
qualche anabbagliante
di fretta.

È umido, fa caldissimo.

La sera dove vivo,
il cielo promette
bel tempo per domani,
chiude gli occhi,
è stanco, ma sereno.

Mi sorridi da lontano,
o comunque spero tu lo faccia
presto, rivedendomi.

Per me è soleggiato
anche solo così.

in punta di piedi.

Una strada buia mi accompagna,
dei catarifrangenti profilano
i suoi fianchi e mi guidano.
Stasera, gli anabbaglianti
non dando il loro meglio.

Avrei voluto abbracciarti
fino a sentirti respirare,
sul mio collo, per sentire,
fino a sentire, il tuo.

Siamo come siamo,
e vorrei lo fossimo assieme,
improbabile ed innaturale,
a me piace pensarci,
ma subito torno sulla terra.

Vorrei guardarti negli occhi
fisso e vedere le tue reazioni,
quello che pensi, di solito,
lo si legge da lì dentro.

Vorrei vedere ancora
le tue impronte in giro.

in piazza.

Alla fine ho preso quel bus,
rischiando il linciaggio
da me stesso, ed ora
che sono qua con te
mi mancherebbe l’aria
a toglierla a te,
ti lascio le bombole,
goditi il fondale, e guarda
quello che di più profondo
ho nascosto, scopri
quello che di più profondo
ho celato; realizza per
quello che di più nascosto
e celato, quanta
luce nuova hai dato.

ed ancora ed ancora.

Non vedo l’ora di starti tra i rami, e
depormi da qualche parte a riposare,
non vedo l’ora di ascoltare le tue corde,
vibrarmi nei timpani, fino alla noia, e
non vedo l’ora di scavare le tue radici,
vedere quale terreno ti nutre e
metterci un po’ del mio,
non vedo l’ora di sentire,
ad occhi chiusi, la corteccia,
quella pellaccia dura che hai,
ed ancora ed ancora.

Insomma, non vedo l’ora,
ma perché per queste cose,
ho un orologio specifico,
preciso, senza lancette, e
perché il tempo non serve,
come un nodo legato al dito,
io lo metto al polso,
tra la ulnare e la radiale.

eri passata tu.

Immagina la scena:
vicoletto buio, buio, buio,
nero come la pece,
freddo come la pace,
mura ruvide, ruvide
intorno, come la pomice.
asfalto bagnato, mi sa
per via di un tombino saltato,
cavo elettrico mi accompagna,
lungo la strada,
peggio di me,
solo e appeso.

Una fila luminosa
prende piede
una linea luminosa
prende vita,
Così improvviso accade,
così accade, non so come,
non so nemmeno il perché,
eri passata tu.

anatomie.

Labirinti di arterie,
viaggiano veloci
flussi endovenosi,
venticello ossigenante,
un’aria fresca, tanto,
intricato che mi perdo,
coperto da un manto,
io volontario lì mi perdo,
cancello le impronte
per tornare indietro,
cancello chi c’è stato,
di chi c’è stato prima,
chi ha calpestato
per prima la via.

Intricato intorno al collo
piovra che s’attacca,
un labirinto senza muri,
dov’è quasi ovvio
chiamarlo casa,
dov’è bello restare,
dov’è naturale perdersi,
dov’è quasi scontato
sentirsi accolti.

le tue braccia.

sapore.

Devi essere come
sono le cose belle,
tipo, quando c’è il sole,
e corri sulla sabbia.

Devi sapere come
sanno le cose buone,
quelle a pranzo,
la domenica,
quando mamma
e nonna cucinano.

Devi proprio essere
come i tessuti,
come i colori,
come le taglie,
che sicuro mi stanno.

Ti penso, immagino,
ti scarabocchio,
schizzi che nessuno,
ancora, può vedere,
e che tu nemmeno
immagini, per niente:
non c’è nemmeno il rischio
di dover nascondere i fogli.

Mi riavvii il cervello la mattina,
accendi le idee,
lampadine al tungsteno
su basi di legno
che vanno a caffellatte.

A più colonne, forse
dovrei scrivere
per far entrare tutto,
tutto quello che penso.

Devi proprio sapere
come le cose semplici,
il pane caldo,
l’odore del ragù,
le passeggiate in bici,
quelle sul lungomare,
il gelato che ti sporca
la punta del naso, quella
collina, tra tutte le zone
di periferia che ancora
devo e vorrei visitare;
il sonno di qualcuno,
il sole che ci sveglierà,
il sudore sulla fronte,
e se ne trovi di più,
io sono qui.

Tu pure.

Ti sento, ti ascolto e penso che
devi essere fatta proprio
come sono fatte le cose belle.