pantaperilogoteca.

Oramai in pensione da anni, aveva un hobby abbastanza inusuale diventato, poi, una piacevole routine: le piaceva inventare nomi per cose e concetti a cui nessuno aveva mai dato un nome preciso, ma di cui tutti avevano bisogno.


Pensava che non ci fossero gerarchie tra le cose e le parole del mondo, tra quelle utili e quindi nominabili e quelle impercettibili e dunque sorvolabili, chiamava qualunque cosa con un nome, parole onomatopeiche connesse alla sfera sensoriale ed a quello che emergeva dal fenomeno di azione e reazione su di sé.

La mattina si svegliava, s’alzava, chiudeva gli occhi e davanti alla sua tazza di caffè, ad esempio, pensava a come potesse chiamarsi l’aroma del caffè ancora amaro di mattina o quello messo su, a scaldare, prima di andare a dormire; quand’era al parchetto pensava all’odore del petto di una mamma quando si è neonati, di una buona moglie quando il marito torna stanco da lavoro o di una casa quando ci sono da fare le pulizie ed il cambio di stagione.


Tornava verso casa e dalla sua bicicletta col campanellino stridulo iniziava, pedalata dopo pedalata, a pensare come chiamare il suono del tuoni la domenica pomeriggio, quello delle forchette che cadono sul pavimento di un ristorante durante una comunione, oppure,
quello che nasce dallo scontro delle tazzine nei bollitori dei bar o ancora quando si poggiano sul piattino col cucchiaino di ferro.


Durante un weekend di settembre iniziò a chiamare il sapore della parmigiana fredda, della pasta al forno il giorno dopo, della pioggia estiva quando sei ancora in spiaggia, del sudore freddo e la sensazione di bocca secca quando si è in ansia per un esame.
Riuscì a trovare il nome per il tocco delle foglie autunnali col terreno, il contatto umido di alcool etilico dato dal batuffolo di ovatta dell’infermiere prima di una siringa.
La vista del primo amore dopo anni, del sorriso di un bambino o l’imbarazzo al saluto di un estraneo.
Inventò addirittura centoventi nomi di sessanta posizioni che si assumono a letto mentre si dorme, quando si è da soli o in compagnia.

Le annotava un po’ dappertutto, foglietti di carta, fazzoletti ancora inutilizzati, scontrini, ritagli di giornale, insomma, tutto ciò che aveva con sé.
Riuscì a convincere una casa editrice a pubblicare il suo libro, o vocabolario come dir si voglia e per coerenza ne inventò il titolo: “pantaperilogoteca: raccolta di concetti che ci stanno intorno, ma nessuno sa come chiamare.”

scarabocchi

Un piccolo pezzetto di carta strappato da uno scontrino del bar e buttato per terra, in viaggio verso le fessure luride di un tombino, ai lati di una strada di periferia a senso unico, piena di auto ferme ad un incrocio col semaforo rosso, veniva portato insieme al pietrisco distaccato dall’asfalto, le foglie arancioni, piccoli ciottoli, gli aghi dei pini e mozziconi umidi, dalla pipì dei cani randagi mista alla pioggia di una grigia giornata di ottobre e sopra c’era scritto:

sulla faccia ho due sorrisi: il mio ed il mio quando sorridi anche tu.

racconto di l’altra notte

Solita finestra, sveglia biologica al solito orario che anticipa l’arrivo della luce del giorno, solita pigrizia di non aver chiuso la persiana la sera prima ed i soliti occhi luminosi che mi danno il buongiorno, i lampioni, gli anabbaglianti delle auto di passaggio, i lampeggianti dei camion della nettezza urbana che si fermano giusto fuori casa nostra e attraversano la stanza con fare da polizia.
Come orologi impazziti i ticchetii mitragliati dalla pioggia sui vetri, le campane che annunciano la chiusura del passaggio a livello ed i conseguenti fischi del treno regionale che sta passando adesso, noncurante dell’ora – ecco i lati positivi di vivere vicino la stazione.

Tu non riesci a prendere sonno e per solidarietà non ci riesco nemmeno io.

riflessioni di fine agosto.

ogni mese ne ha una
ed io ho troppo poco tempo,
insomma abbiamo 24 ore
e sembrano sempre 6 o 7.

rifletto, troppo o troppo poco,
come uno specchio a volte,
rifletto il mio intorno, purtroppo.

un fine agosto
che non sa di niente,
fermo, vuoi il covid,
vuoi la depressione generalizzata.

rifletto sul nulla più etereo,
un pois di vacanze abusive,
un’estate in una texture di
assembramenti e parole chiave,
opinioni pubbliche e mascherine,
immaginate che caos!

tutto regolare, usuale, qui,
va tutto come al solito
ed allora, mi chiedo,
che differenza c’è tra il caos
e la regolarità?

lista della spesa

vado matto per gli oggetti passati
per la loro genuinità,
per il pensiero su di loro,
perla, il loro fascino,
per quel appuntamento quotidiano.

vado matto per i metodi passati,
il sottolineare gli appunti,
il disegnare le cose
quando non riesco a descriverle,
lavare i panni a mano,
fare la lista della spesa
a penna, sul foglietto di carta.

fare una raccolta di foto
tutte tue e tutte nostre
ché quando sei con me
divento bello anch’io,
come fossi uno specchio.

quelli con la cornice barocca
che parte dai tuoi occhi
e va a finire alle tue mani.
mani forti tengono buste pesanti,
la lista che ho scritto io,
i disegni che tracci tu,
progetti che facciamo assieme.

mi hai messo a posto tu
un’entità mitologica,
pezzetto per pezzetto,
un falegname chiropratico
un elenco di cose da riparare.

liste, elenchi, promemoria,
tieni in mente tutto,
io scrivo, tu ricordi,
latte, pane, pollo per te,
carne per me, abbracci,
respiri, momenti, stupori,
lacrime, denti, sorrisi.

cos’è una fine?

tira la corda, scarica
e tavoletta giù,
seleziona tutto,
cancella e svuota il cestino,
butta via,
butta giù
tutto d’un fiato
butta giù
dal balcone,
elimina,
ignora la richiesta,
scappa via
più ora che domani,
chiudo il libro,
resetta,
formatta,
mettici una pietra sopra,

non ci pensare,
chiudi il rubinetto,
metti sotto,
non ti amo più,
sposta nel cestino,
ho sonno, sono stanco,
chiudi la porta
che s’apre un portone,
mi sono laureato,
riposa in pace,
sentiamoci,
sold out,
la campanella a scuola,
taglia la testa al toro,
ci vediamo presto,
game over, insert coin,
contratto a termine,
è stato un piacere,
è troppo tardi,
overbooking.

ogni fine ha un fine:
quello di dare speranza
ad un cambiamento.

addio.

meccanismi medicinali

un giorno remoto,
spero di far parte,
di quelle tue sequenze,
pellicole cinematografiche,
successione di fotogrammi,
fatti di comportamenti.

mi migliori le giornate,
le nostre mani corazzate,
fai lo stesso coi momenti,
rendi belli anche quelli lenti,
dimentico di quelli brutti
sulle tue spalle come frutti.

un giorno remoto,
spero seppur in parte,
di essere un ingranaggio
del tuo modo di pensare,
ragionare e di dire le cose
in un alfabeto segreto.

lenisci le ferite,
io il foro, tu la vite,
guarisci dai dolori,
dipendenza, i tuoi vapori,
tienimi stretto, qui,

sordo, sentivo nulla, ora sì.

Faccio un viaggio a Wuhan.

riassunto velocissimo di questa quarantena.

i cinesi sono il problema,
razzismo, ma compriamo dai cinesi,
negozi asiatici vuoti,
ristoranti idem,
ultimo sushi a gennaio,
poi stiamo a casa,
ignoranza a palate
tutti a casa,
Conte che ci dice di stare a casa,
le mascherine non bastano,
chiudono tutti,
personaggi famosi che ci ripetono
fino alla n a u s e a
di r i m a n e r e   a   c a s a,
chiudono i negozi cinesi,
servono mascherine,
arrivano dalla Cina,
tanti morti,
tanti contagiati,
alcuni ancora in giro,
ignoranza a palate,
mi mancano gli aperitivi, ohoh,
tanti a casa per fortuna,
tanti casi per sfortuna,
palestra in casa,
torte in casa,
toccarsi prima era peccato,
ora diventa letale,
quindi, non toccarsi,
non baciarsi,
non guardarsi,
se sei Clark Kent sei a posto,
stress da nullafacenza,
pane in casa,
il pizzaiolo di fronte casa dà consigli su come fare le pizze,
quindi pizze in casa,
pizze Margherita,
pizze fritte,
tutti in casa,
quindi pazzi in casa,
qualcuno non regge e si suicida,
ho suonato sul balcone,
tutti musicisti in Italia, finalmente,
tutto fermo,
tutto chiuso,
mi laureo online – dai almeno questo,
cosa fanno gli architetti in questo periodo?
ed io che faccio?
challenge per qualunque cosa,
carta igienica che manca
però viene utilizza per fare i palleggi su Instagram,
ignoranza a palate,
scuola a casa e ti senti subito un Patrizio,
un riccone su una zattera nella merda,
il lievito che manca, la farina pure
tanto che la cocaina è in ribasso,
ho fatto perfino una tombola online,
con altri architetti, ecco cosa fanno
nel frattempo.
ricapitolando:
mascherine, lievito, farina sono il nuovo oro,
c’è chi investe nell’olio,
ma quello d’oliva,
o quello per friggere,
tutti siamo Conte, tutti con te che sei malato,
Instagram è diventato una pizzeria, online,
Instagram è diventato una pasticceria, online,
non dipingo da troppo,
Instagram è diventato una palestra, online,
si fanno tante cose in casa,
si aggiustano cose che nemmeno sapevamo di avere,
casa come rifugio, tugurio e galera,
mi manca il mare, ohoh,
dove vanno i senzatetto?
da marzo si riapre tutto,
da aprile si riapre tutto,
da maggio si riapre tutto,
annullano la mia mostra di giugno,
il decreto dura fino al 31 luglio,

lo hanno detto in tv?
i cinesi si riprendono, in Cina,
ma restano comunque chiusi, qui,
gli americani iniziano,
decreto salva Italia,
decreto cura Italia, 600€ al mese

600 buone ragioni per rimanerci, a casa,
io decreto, tu decreti e e decretiamocelo:
siamo nella cacca,
è sabato? è domenica?
è oggi, questo basta sapere in questo periodo,
film gratis,
streaming gratis,
porno gratis,
anche ingrassare è diventato gratis
ed è politicamente corretto,
i cieli ringraziano,
la natura ringrazia
e ce lo fa sapere
con qualche sciame sismico qua e là,
si aggiustano tante cose in casa,
cose che nemmeno sapevamo di avere,
spero che almeno anche i rapporti
abbiano le stesse cure
di un mobile o una sedia vecchia.

vogliatevi bene, siete pur sempre i secondini di voi stessi.

buona quarantena a tutti

i miei vicini.

esco fuori il balconcino,
a lato di casa mia,
la porta finestra sempre aperta,
la loro,
sono anni che vedo questa scena,
una cucina, con una luce soffusa,
quella della cappa spenta,
spenta lo so!
perché a volte il vetro s’appanna,
come quadri
padelle appese al muro,
la quiete nella stanza,
un’immagine pittorica,
la tv accesa, nessuno la guarda,
a volte serve,
la compagnia degli estranei,
scavalco col pensiero la ringhiera,
cammino nell’aria e salgo sulla loro,
sono lì a prendere un whisky
che non berrò, in silenzio
un’immagine pittorica
affacciata al balcone,
c’è vento, ma chi lo sente,
c’è pioggia, ma chi la vede,
è sera, iniziano in fila indiana
a svegliarsi i lampioni,
non mi sono mosso da camera mia,
ma controllo tutto, sento,
nelle cucine del vicinato
si sente spadellare,
tranne per loro appese ai muri,
quelle stanno bene lì,
posate e piatti,
ferro e ceramica,
percussioni, suoni,
che diventano temperature
e poi odori,
gli odori, sorrisi,
persone intorno ad una tavola,
tutto si trasforma
nulla si distrugge,
fa male chi torna,
fa male chi fugge.

28

alla mia età, mio padre aveva due figli,
ma io lo supero,
ne ho quaranta! tutti acrilici su tele,
tutti diversi,
con una loro personalità,
chi più chi meno evidente.

alla mia età, quella di oggi,
sento il mal di schiena,
il mal di testa e capisco
le donne che, citandolo,
molte volte non mentono affatto,
è un fatto d’età.

alla mia età, quella iniziata ora,
non so da cosa sia dato,
ma mi sento di nuovo bambino,
sarà il distacco freddo
dal mondo adulto
o sarà che mi piace ancora
sporcarmi le mani (e i piedi) di pittura,
o semplice e precoce
demenza senile!

“alla mia età”
non è un ingigantire una cosa,
è un consapevolizzarsi,
ecco scrivo pure come i bimbi.
invento le parole
e andrà sempre pe..glio.