felicità. la chiamo così.

Ho aperto questo blog due anni fa, da allora è diventato un palcoscenico condiviso con voi che leggo [e mi leggete].

Oggi ho pubblicato una raccolta cartacea ed in formato ebook.

Questa in foto è la mia prima pubblicazione, una raccolta di [quasi] tutto quello che ho scritto in più di 10 anni, grazie ad Amazon ci sono riuscito.
Un libro fatto di pensieri, situazioni, persone, idee, posti, il tutto in versi sciolti.
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leggere per credere
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il libro è acquistabile da #amazon in formato cartaceo e dal #kindlestore in formato #ebook
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se qualcuno lo acquista, sarei felice se mi taggasse su Instagram o Facebook nel brano che è piaciuto di più e mettesse l’hashtag #diariodiunmeteoropatico

Instagram: @vincenzo__petrone

Facebook: Vincenzo Petrone

Faccio un viaggio a Wuhan.

riassunto velocissimo di questa quarantena.

i cinesi sono il problema,
razzismo, ma compriamo dai cinesi,
negozi asiatici vuoti,
ristoranti idem,
ultimo sushi a gennaio,
poi stiamo a casa,
ignoranza a palate
tutti a casa,
Conte che ci dice di stare a casa,
le mascherine non bastano,
chiudono tutti,
personaggi famosi che ci ripetono
fino alla n a u s e a
di r i m a n e r e   a   c a s a,
chiudono i negozi cinesi,
servono mascherine,
arrivano dalla Cina,
tanti morti,
tanti contagiati,
alcuni ancora in giro,
ignoranza a palate,
mi mancano gli aperitivi, ohoh,
tanti a casa per fortuna,
tanti casi per sfortuna,
palestra in casa,
torte in casa,
toccarsi prima era peccato,
ora diventa letale,
quindi, non toccarsi,
non baciarsi,
non guardarsi,
se sei Clark Kent sei a posto,
stress da nullafacenza,
pane in casa,
il pizzaiolo di fronte casa dà consigli su come fare le pizze,
quindi pizze in casa,
pizze Margherita,
pizze fritte,
tutti in casa,
quindi pazzi in casa,
qualcuno non regge e si suicida,
ho suonato sul balcone,
tutti musicisti in Italia, finalmente,
tutto fermo,
tutto chiuso,
mi laureo online – dai almeno questo,
cosa fanno gli architetti in questo periodo?
ed io che faccio?
challenge per qualunque cosa,
carta igienica che manca
però viene utilizza per fare i palleggi su Instagram,
ignoranza a palate,
scuola a casa e ti senti subito un Patrizio,
un riccone su una zattera nella merda,
il lievito che manca, la farina pure
tanto che la cocaina è in ribasso,
ho fatto perfino una tombola online,
con altri architetti, ecco cosa fanno
nel frattempo.
ricapitolando:
mascherine, lievito, farina sono il nuovo oro,
c’è chi investe nell’olio,
ma quello d’oliva,
o quello per friggere,
tutti siamo Conte, tutti con te che sei malato,
Instagram è diventato una pizzeria, online,
Instagram è diventato una pasticceria, online,
non dipingo da troppo,
Instagram è diventato una palestra, online,
si fanno tante cose in casa,
si aggiustano cose che nemmeno sapevamo di avere,
casa come rifugio, tugurio e galera,
mi manca il mare, ohoh,
dove vanno i senzatetto?
da marzo si riapre tutto,
da aprile si riapre tutto,
da maggio si riapre tutto,
annullano la mia mostra di giugno,
il decreto dura fino al 31 luglio,

lo hanno detto in tv?
i cinesi si riprendono, in Cina,
ma restano comunque chiusi, qui,
gli americani iniziano,
decreto salva Italia,
decreto cura Italia, 600€ al mese

600 buone ragioni per rimanerci, a casa,
io decreto, tu decreti e e decretiamocelo:
siamo nella cacca,
è sabato? è domenica?
è oggi, questo basta sapere in questo periodo,
film gratis,
streaming gratis,
porno gratis,
anche ingrassare è diventato gratis
ed è politicamente corretto,
i cieli ringraziano,
la natura ringrazia
e ce lo fa sapere
con qualche sciame sismico qua e là,
si aggiustano tante cose in casa,
cose che nemmeno sapevamo di avere,
spero che almeno anche i rapporti
abbiano le stesse cure
di un mobile o una sedia vecchia.

vogliatevi bene, siete pur sempre i secondini di voi stessi.

buona quarantena a tutti

i miei vicini.

esco fuori il balconcino,
a lato di casa mia,
la porta finestra sempre aperta,
la loro,
sono anni che vedo questa scena,
una cucina, con una luce soffusa,
quella della cappa spenta,
spenta lo so!
perché a volte il vetro s’appanna,
come quadri
padelle appese al muro,
la quiete nella stanza,
un’immagine pittorica,
la tv accesa, nessuno la guarda,
a volte serve,
la compagnia degli estranei,
scavalco col pensiero la ringhiera,
cammino nell’aria e salgo sulla loro,
sono lì a prendere un whisky
che non berrò, in silenzio
un’immagine pittorica
affacciata al balcone,
c’è vento, ma chi lo sente,
c’è pioggia, ma chi la vede,
è sera, iniziano in fila indiana
a svegliarsi i lampioni,
non mi sono mosso da camera mia,
ma controllo tutto, sento,
nelle cucine del vicinato
si sente spadellare,
tranne per loro appese ai muri,
quelle stanno bene lì,
posate e piatti,
ferro e ceramica,
percussioni, suoni,
che diventano temperature
e poi odori,
gli odori, sorrisi,
persone intorno ad una tavola,
tutto si trasforma
nulla si distrugge,
fa male chi torna,
fa male chi fugge.

lemure, le cure, le pure.

Siamo come Marina e Ulay,
perché certe cose e certi momenti,
non passano mai, (da pubblicità)
ti scrivo di nascosto
che manco lo sai,
dietro i muri lontani da casa,
così non mi vedrai,
come due persone che s’amano,
come non s’è fatto mai,
come due anime che stanno unite
quando i kilometri sono numeri
ma le distanze, montagne infinite.

siamo proprio come Marina e Ulay,
da paesi diversi, da mondi complessi,
misero insieme l’amore ed in fila
tutti i sé stessi.

siamo ancora come Ulay e Marina,
lui un po’ coglione e lei una donnina,
teatrali e teatranti, trattati nel sudore,
lei ancora bella, lui un anziano signore.

saremo come Marina e Ulay?
non lo so e manco tu lo sai.
saremo, forse, come Adamo ed Eva?
ancora non ne ho idea:
l’inferno c’è, le ferite pure,
il cemento lo metto io,
tu mettici le cure.


loop.

l’acqua è profonda,
qui nella vasca,
a lato ci sono io,
come una bustina di tè
sciolgo i nodi
di una giornata seduta
alla scrivania
con progetti che nessuno
e dico per nessuno
avranno importanza.
l’acqua è alta,
chiudo il rubinetto,
fuori la finestra
la periferia,
le voci dei vicini,
sembra stiano in vasca con me,
le macchine,
un brusio cronico,
prova a fermarlo e fammi sapere,
la pizzeria che esce la spazzatura,
a quanto pare stasera è vetro,
forse non te l’ho mai detto ma tu
per me sei come Bergamo,
forse ti farà ridere, ma
migliori complimenti non ne ho,
ricorda che sei bella come casa mia,
una canzone fissa in questi giorni,
che sta perdendo valore
più satura le mie orecchie,
scrivo a ruota libera,
serve a calmarmi.
che intenzioni hai?
io mi automotivo,
mi autosuggestiono e penso
alle cose belle,
a cosa nella vita,
nella giornata, nel minuto
che sono più e non sono meno,
ma cado anch’io,
come ora nella profondità
della mia vasca,
mi inghiotte il calore
e va bene così,
sono in astinenza,
stamattina dal caffè,
adesso dalle mie tele,
dai sorrisi, boh non so,
da Bergamo, forse.
che intenzioni hai?
una frase che è messa
in sovraimpressione
in loop, ma ora
sono stanco,
e la chiudo qua.

28

alla mia età, mio padre aveva due figli,
ma io lo supero,
ne ho quaranta! tutti acrilici su tele,
tutti diversi,
con una loro personalità,
chi più chi meno evidente.

alla mia età, quella di oggi,
sento il mal di schiena,
il mal di testa e capisco
le donne che, citandolo,
molte volte non mentono affatto,
è un fatto d’età.

alla mia età, quella iniziata ora,
non so da cosa sia dato,
ma mi sento di nuovo bambino,
sarà il distacco freddo
dal mondo adulto
o sarà che mi piace ancora
sporcarmi le mani (e i piedi) di pittura,
o semplice e precoce
demenza senile!

“alla mia età”
non è un ingigantire una cosa,
è un consapevolizzarsi,
ecco scrivo pure come i bimbi.
invento le parole
e andrà sempre pe..glio.

sono le 10 e qualche minuto.

10 del mattino e sono già stanco,
l’animo spento con le luci fulminate,
basterebbe una 12 Volts
ed un sorriso ad occhi chiusi,
solo sapere che c’è, farebbe piacere.

10 del mattino, i progetti non vanno,
disegno linee sconnesse, ancora,
chissà se ai miei bambini
piacerebbero i bozzetti di papà,
sicuro avrebbero quelli della mamma,
ma con gli occhi miei.

10 e qualche minuto,
il tempo passa e resto uguale,
mi fa paura la pagina bianca
il mio blocco schizzi
insozzato di inchiostro,
peggio delle mie tele.

Chissà se ai miei bambini
piacerà come li sistemo nel progetto,
se i giochi che ho preparato per loro
saranno all’altezza,
chissà se i miei genitori
saranno fieri di me, poco importa,
per ora.

Sono le 10 del mattino e sono già stanco.

24h in Battipaglia (SA)

Napoli come Milano
mattina presto col sonno,
uno scialle caldo di nebbia,
io, un regionale, vuoti entrambi,
anime sparse longitudinali,
poche, alla fusoliera arrugginita,
scrivo perché non ho pennelli.

Freddo, entro in macchina,
giriamo nei ricordi passati,
24 ore in una città calma,
io e Stefano, l’amico di sempre,
la meteoropatia sale, ché piove,
mi sto ammalando o no?
Questo è il problema,
elettroencefalogramma piatto,
negozi e bar a destra e manca,
sale una voglia di innovazione
smorzata dalla distrazione
per la bellezza naturale.

Mi mancava quella quiete,
il silenzio e il baccano controllato,
la calma dell’indipendenza,
il sapore della solitudine,
mi mancava anche Stefano,
forse è vero che
vedi Napoli e poi muori.