past sickness

mi analizzo spesso,

purtroppo e per fortuna.

sono un malato di passato: in determinate ore del giorno, in determinati giorni, con certe determinate luci solari e grigiore del cielo, divento nostalgico.

ma non è una nostalgia comune.

a me manca il passato, manca quella facilità e difficoltà con cui ai facevano e non facevano le cose, mi manca l’infanzia, mi manca il freddo vero d’inverno, il caldo normale d’estate, mi mancano i cartoni animati la mattina e le corse in bici, il natale, il mio compleanno, gli amici, l’odore dell’asfalto fuori scuola e quello dei pastelli, dei quaderni, della spensieratezza.

mi manca il passato dove bastava un niente per trovare lavoro, basta poco ed eri uno ‘scienziato’ – come si dice dalle mie parti – dove non c’era la paura del riscaldamento globale, della mancanza di petrolio, la foga nel comprare la macchina elettrica o l’ultimo modello di smartphone, dove compravi casa con niente, quando trovavi casa in un niente, o comunque sembrava niente..

mi manca quando il social era incontrarsi con gli amici o chiamare a quelle tariffe strampalate che era meglio aprire un mutuo.

in casa abbiamo ancora le foto dei nostri genitori, nonni e parenti, anche dopo decenni – oggi basta chiudere un profilo Instagram ed hai perso tutti i ricordi, bello eh?

si, sono un po’ saturo e per difesa personale mi butto nel passato, poi poco dopo, ritorno a galla e vedo che stiamo affondando.

cosa sono


oggi Aversa sembra Bergamo, la città che mi manca troppo, anche se ci manco da troppo poco, c’è la nebbia, una foschia leggera e meridionale, la meteoropatia entra in macchina e mi fa compagnia, facciamo parte della sfilata di auto sul corso del centro storico, lei mi lascia pensare.


mi fa pensare che arrivato alla metà della vita media di un essere umano medio devo fare due conti e mi devo chiedere chi sono veramente; ognuno ha i suoi tempi per scoprire chi è, quindi anch’io, piano – forse troppo – scopro chi sto diventando.


sono un essere umano,
vertebrato, respiro e non fumo,
automunito e guidante di 29 anni,
innamorato, come non mai,
acqua e olio a posto,
funzioni vitali a posto,
udito dal padiglione sinistro, un po’ scarso,
miopia e astigmatismo
e sarebbe preferibile una visita di controllo dal dentista – un catorcio insomma – si scherza.

sono un artista? boh, per me si, all’anagrafe così dicono – ma è un argomento troppo ampio e troppo poco preso seriamente al giorno d’oggi, da tutti, tranne, naturalmente, dagli appassionati, dagli addetti ai lavori e da chi ne fa un lucro sfrenato.

sono un architetto? all’albo dicono così, anche se alla fine “mio cugino fa lo stesso lavoro e si prende di meno” – ma va bene, è l’economia che va così.

sono un musicista? si ma per svago, oramai suono una volta ogni 6 secoli e mezzo, da solo, quindi scartata questa opzione.
ricapitolando.
Architetto, Artista e Vertebrato.

hai visto?

ciao nonno, hai visto?
hai un nipote architetto ora – eh si, l’esame di abilitazione è andato bene, ma immagino tu già lo sappia e immagino anche che tu fossi lì.
spero tu sia fiero di me, tu che di cantieri e architetti ne avrai visti a palate.
hai visto? chissà che cazzo mi porterà il futuro – a me basterebbe fare anche solo un quinto di quello che sei riuscito a creare tu, sarei soddisfatto così.
chissà veramente, io che sono un paradosso immenso, ateo che parla coi defunti – boh – alla fine defunto non vuol dire che non esisti, vuol dire sllo che hai cambiato forma, da quella materica a quella pensata, l’esatto contrario di un progetto architettonico che passa dalla forma di idea, a disegno fino alla realizzazione
hai visto? hai visto quanta strada, quante volte t’ho chiamato per fare due chiacchiere prima di andare a dormire..
chissà che cazzo mi darà o toglierà il futuro, a me basterebbe qiel quinto che t’ho detto prima.. facciamo un quarto, così sto coperto.
hai visto nonno? si che hai visto e immagino che già vedi anche quello che sarà, anche ora che mi vedi alla mia scrivania, digitare queste parole.

felicità stagionale

mi sono ritrovato in mezzo ad una folla,
ieri sera, ore 23 circa,
sul corso principale del paesino
io in cerca di un bar per un caffè (si alle 23)
ero attorniato da persone,
come non succedeva da almeno due anni,
una folla di gente in vacanza, (si, di gente)
un’orda di felicissimi vacanzieri
in tenuta da riposo bisettimanale,
pronti a ricaricarsi per un altro anno
di durissimo lavoro,
probabilmente come funzionari pubblici,
vista l’enorme quantità di rdc
e bonus vacanze, uno scenario stupendo
e loro bellissimi,
anche se brutti come la peste,
abbronzatissimi, io una bottiglia di latte,
ho provato una sensazione di instabilità,
un’emozione brutta, banalmente,
una tristezza interiore,
in mezzo a persone che erano in strada,
a mangiare gelati,
a mostrare tatuaggi
in compagnia di cagnolini mini-micro-toy,
una leggerezza inaudita,
sarà che il mondo sta crollando,
sarà che siamo nella merda fino al collo,
sarà il caldo, sarà la stagione,
sarà che sono meteoropatico,
sarà che vorrei vivere un minuto
nella testa di una persona
che non pensa al proprio futuro,
ma io odio questa felicità stagionale.

quadri astratti di notti astratte

buio accanto, aria condizionata,
fuori solito freddo dentro,
improvviso e cronico, saltano
come piatti di un orchestra,
le pozzanghere per terra lasciate
da chi fa le pulizie.

non riesco a concepire
quando non riesco a concentrarmi
davanti ad un mondo che va avanti
solo per guardare un altro episodio,
poesie riscritte e non possibili,
pochi paesaggi futuribili.

pantaperilogoteca.

Oramai in pensione da anni, aveva un hobby abbastanza inusuale diventato, poi, una piacevole routine: le piaceva inventare nomi per cose e concetti a cui nessuno aveva mai dato un nome preciso, ma di cui tutti avevano bisogno.


Pensava che non ci fossero gerarchie tra le cose e le parole del mondo, tra quelle utili e quindi nominabili e quelle impercettibili e dunque sorvolabili, chiamava qualunque cosa con un nome, parole onomatopeiche connesse alla sfera sensoriale ed a quello che emergeva dal fenomeno di azione e reazione su di sé.

La mattina si svegliava, s’alzava, chiudeva gli occhi e davanti alla sua tazza di caffè, ad esempio, pensava a come potesse chiamarsi l’aroma del caffè ancora amaro di mattina o quello messo su, a scaldare, prima di andare a dormire; quand’era al parchetto pensava all’odore del petto di una mamma quando si è neonati, di una buona moglie quando il marito torna stanco da lavoro o di una casa quando ci sono da fare le pulizie ed il cambio di stagione.


Tornava verso casa e dalla sua bicicletta col campanellino stridulo iniziava, pedalata dopo pedalata, a pensare come chiamare il suono del tuoni la domenica pomeriggio, quello delle forchette che cadono sul pavimento di un ristorante durante una comunione, oppure,
quello che nasce dallo scontro delle tazzine nei bollitori dei bar o ancora quando si poggiano sul piattino col cucchiaino di ferro.


Durante un weekend di settembre iniziò a chiamare il sapore della parmigiana fredda, della pasta al forno il giorno dopo, della pioggia estiva quando sei ancora in spiaggia, del sudore freddo e la sensazione di bocca secca quando si è in ansia per un esame.
Riuscì a trovare il nome per il tocco delle foglie autunnali col terreno, il contatto umido di alcool etilico dato dal batuffolo di ovatta dell’infermiere prima di una siringa.
La vista del primo amore dopo anni, del sorriso di un bambino o l’imbarazzo al saluto di un estraneo.
Inventò addirittura centoventi nomi di sessanta posizioni che si assumono a letto mentre si dorme, quando si è da soli o in compagnia.

Le annotava un po’ dappertutto, foglietti di carta, fazzoletti ancora inutilizzati, scontrini, ritagli di giornale, insomma, tutto ciò che aveva con sé.
Riuscì a convincere una casa editrice a pubblicare il suo libro, o vocabolario come dir si voglia e per coerenza ne inventò il titolo: “pantaperilogoteca: raccolta di concetti che ci stanno intorno, ma nessuno sa come chiamare.”

scarabocchi

Un piccolo pezzetto di carta strappato da uno scontrino del bar e buttato per terra, in viaggio verso le fessure luride di un tombino, ai lati di una strada di periferia a senso unico, piena di auto ferme ad un incrocio col semaforo rosso, veniva portato insieme al pietrisco distaccato dall’asfalto, le foglie arancioni, piccoli ciottoli, gli aghi dei pini e mozziconi umidi, dalla pipì dei cani randagi mista alla pioggia di una grigia giornata di ottobre e sopra c’era scritto:

sulla faccia ho due sorrisi: il mio ed il mio quando sorridi anche tu.

racconto di l’altra notte

Solita finestra, sveglia biologica al solito orario che anticipa l’arrivo della luce del giorno, solita pigrizia di non aver chiuso la persiana la sera prima ed i soliti occhi luminosi che mi danno il buongiorno, i lampioni, gli anabbaglianti delle auto di passaggio, i lampeggianti dei camion della nettezza urbana che si fermano giusto fuori casa nostra e attraversano la stanza con fare da polizia.
Come orologi impazziti i ticchetii mitragliati dalla pioggia sui vetri, le campane che annunciano la chiusura del passaggio a livello ed i conseguenti fischi del treno regionale che sta passando adesso, noncurante dell’ora – ecco i lati positivi di vivere vicino la stazione.

Tu non riesci a prendere sonno e per solidarietà non ci riesco nemmeno io.

riflessioni di fine agosto.

ogni mese ne ha una
ed io ho troppo poco tempo,
insomma abbiamo 24 ore
e sembrano sempre 6 o 7.

rifletto, troppo o troppo poco,
come uno specchio a volte,
rifletto il mio intorno, purtroppo.

un fine agosto
che non sa di niente,
fermo, vuoi il covid,
vuoi la depressione generalizzata.

rifletto sul nulla più etereo,
un pois di vacanze abusive,
un’estate in una texture di
assembramenti e parole chiave,
opinioni pubbliche e mascherine,
immaginate che caos!

tutto regolare, usuale, qui,
va tutto come al solito
ed allora, mi chiedo,
che differenza c’è tra il caos
e la regolarità?