i miei vicini.

esco fuori il balconcino,
a lato di casa mia,
la porta finestra sempre aperta,
la loro,
sono anni che vedo questa scena,
una cucina, con una luce soffusa,
quella della cappa spenta,
spenta lo so!
perché a volte il vetro s’appanna,
come quadri
padelle appese al muro,
la quiete nella stanza,
un’immagine pittorica,
la tv accesa, nessuno la guarda,
a volte serve,
la compagnia degli estranei,
scavalco col pensiero la ringhiera,
cammino nell’aria e salgo sulla loro,
sono lì a prendere un whisky
che non berrò, in silenzio
un’immagine pittorica
affacciata al balcone,
c’è vento, ma chi lo sente,
c’è pioggia, ma chi la vede,
è sera, iniziano in fila indiana
a svegliarsi i lampioni,
non mi sono mosso da camera mia,
ma controllo tutto, sento,
nelle cucine del vicinato
si sente spadellare,
tranne per loro appese ai muri,
quelle stanno bene lì,
posate e piatti,
ferro e ceramica,
percussioni, suoni,
che diventano temperature
e poi odori,
gli odori, sorrisi,
persone intorno ad una tavola,
tutto si trasforma
nulla si distrugge,
fa male chi torna,
fa male chi fugge.

lemure, le cure, le pure.

Siamo come Marina e Ulay,
perché certe cose e certi momenti,
non passano mai, (da pubblicità)
ti scrivo di nascosto
che manco lo sai,
dietro i muri lontani da casa,
così non mi vedrai,
come due persone che s’amano,
come non s’è fatto mai,
come due anime che stanno unite
quando i kilometri sono numeri
ma le distanze, montagne infinite.

siamo proprio come Marina e Ulay,
da paesi diversi, da mondi complessi,
misero insieme l’amore ed in fila
tutti i sé stessi.

siamo ancora come Ulay e Marina,
lui un po’ coglione e lei una donnina,
teatrali e teatranti, trattati nel sudore,
lei ancora bella, lui un anziano signore.

saremo come Marina e Ulay?
non lo so e manco tu lo sai.
saremo, forse, come Adamo ed Eva?
ancora non ne ho idea:
l’inferno c’è, le ferite pure,
il cemento lo metto io,
tu mettici le cure.


loop.

l’acqua è profonda,
qui nella vasca,
a lato ci sono io,
come una bustina di tè
sciolgo i nodi
di una giornata seduta
alla scrivania
con progetti che nessuno
e dico per nessuno
avranno importanza.
l’acqua è alta,
chiudo il rubinetto,
fuori la finestra
la periferia,
le voci dei vicini,
sembra stiano in vasca con me,
le macchine,
un brusio cronico,
prova a fermarlo e fammi sapere,
la pizzeria che esce la spazzatura,
a quanto pare stasera è vetro,
forse non te l’ho mai detto ma tu
per me sei come Bergamo,
forse ti farà ridere, ma
migliori complimenti non ne ho,
ricorda che sei bella come casa mia,
una canzone fissa in questi giorni,
che sta perdendo valore
più satura le mie orecchie,
scrivo a ruota libera,
serve a calmarmi.
che intenzioni hai?
io mi automotivo,
mi autosuggestiono e penso
alle cose belle,
a cosa nella vita,
nella giornata, nel minuto
che sono più e non sono meno,
ma cado anch’io,
come ora nella profondità
della mia vasca,
mi inghiotte il calore
e va bene così,
sono in astinenza,
stamattina dal caffè,
adesso dalle mie tele,
dai sorrisi, boh non so,
da Bergamo, forse.
che intenzioni hai?
una frase che è messa
in sovraimpressione
in loop, ma ora
sono stanco,
e la chiudo qua.

28

alla mia età, mio padre aveva due figli,
ma io lo supero,
ne ho quaranta! tutti acrilici su tele,
tutti diversi,
con una loro personalità,
chi più chi meno evidente.

alla mia età, quella di oggi,
sento il mal di schiena,
il mal di testa e capisco
le donne che, citandolo,
molte volte non mentono affatto,
è un fatto d’età.

alla mia età, quella iniziata ora,
non so da cosa sia dato,
ma mi sento di nuovo bambino,
sarà il distacco freddo
dal mondo adulto
o sarà che mi piace ancora
sporcarmi le mani (e i piedi) di pittura,
o semplice e precoce
demenza senile!

“alla mia età”
non è un ingigantire una cosa,
è un consapevolizzarsi,
ecco scrivo pure come i bimbi.
invento le parole
e andrà sempre pe..glio.

sono le 10 e qualche minuto.

10 del mattino e sono già stanco,
l’animo spento con le luci fulminate,
basterebbe una 12 Volts
ed un sorriso ad occhi chiusi,
solo sapere che c’è, farebbe piacere.

10 del mattino, i progetti non vanno,
disegno linee sconnesse, ancora,
chissà se ai miei bambini
piacerebbero i bozzetti di papà,
sicuro avrebbero quelli della mamma,
ma con gli occhi miei.

10 e qualche minuto,
il tempo passa e resto uguale,
mi fa paura la pagina bianca
il mio blocco schizzi
insozzato di inchiostro,
peggio delle mie tele.

Chissà se ai miei bambini
piacerà come li sistemo nel progetto,
se i giochi che ho preparato per loro
saranno all’altezza,
chissà se i miei genitori
saranno fieri di me, poco importa,
per ora.

Sono le 10 del mattino e sono già stanco.

24h in Battipaglia (SA)

Napoli come Milano
mattina presto col sonno,
uno scialle caldo di nebbia,
io, un regionale, vuoti entrambi,
anime sparse longitudinali,
poche, alla fusoliera arrugginita,
scrivo perché non ho pennelli.

Freddo, entro in macchina,
giriamo nei ricordi passati,
24 ore in una città calma,
io e Stefano, l’amico di sempre,
la meteoropatia sale, ché piove,
mi sto ammalando o no?
Questo è il problema,
elettroencefalogramma piatto,
negozi e bar a destra e manca,
sale una voglia di innovazione
smorzata dalla distrazione
per la bellezza naturale.

Mi mancava quella quiete,
il silenzio e il baccano controllato,
la calma dell’indipendenza,
il sapore della solitudine,
mi mancava anche Stefano,
forse è vero che
vedi Napoli e poi muori.

sensazioni di oggi.

torpore del sonno, appena sveglio,
calore della copertina il pomeriggio,
dovrei essere giovane, all’anagrafe,
e mi sento ancora un bambino,
non ne ho voglia,
ancora sento gli odori,
le scene, i nonni, cugini,
un’onda calda mi bagna tutto
da dietro, senza che me ne accorga
sono sommerso, ricordi,
amici piccoli, bassi quanto me,
la potenza sessuale di un colibrì
ed una spensieratezza idrocefalica,
sento che non voglio alzarmi,
non voglio svegliarmi,
non sento di poterlo fare,
sto de-crescendo e mi passano
da un abbraccio all’altro,
dalle braccia ad altre braccia,
non so come si chiami,
non so come si spieghi,
vorrei solo che finisse e ricominciasse
senza mai più terminare.

quadro “Infanzia” fatto da me, per vederlo meglio vai su Instagram: vincenzo_petrone_art e fammi sapere che ne pensi!

a lettere minuscole, mai spedite.

non scrivo da tanto,
sarà che ho poco da dire,
o non ci riesco abbastanza,
la pittura lo rende più facile,
guardare è più semplice
che ascoltare,
come soffrire è meno impegnativo
che sforzarsi per essere felici.

la memoria ripercorre,
i ricordi si abboffano,
il tavolo di un passato imbandito,
quando pulito un piatto
né arriva un altro
ed un altro ancora,
un cenone mondiale,
rimane tutto lì, sul tavolo,
nulla o quasi nulla di invariato,

quasi nulla di avariato
qualche tovagliolo sporco
tutt’al più.

non c’è vino, sono astemio,
si scrive per digerire
un amaro dopo ogni pasto,
ma non lo bevo io,
io scrivo per dimenticare
di ricordare,
risultato, l’esatto opposto.

ci sono cose ferme,
forse più delle fondamenta,
più di quelle del Colosseo,
più delle pietre di Stonehenge,
ci sono cose ferme
che sono puntate lì,
a terra, bloccate,
eredità del futuro,
un noi posteri allo specchio,
una ferita in una tela
che lascia entrare la luce,
incerta, fioca, piccola,
ma almeno mi fa leggere ancora col buio.

quadro “Consapevolezza” fatto da me, per vederlo meglio vai su Instagram: vincenzo_petrone_art e fammi sapere che ne pensi!